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Abete rivela perché il Calciopoli plasma ancora la corsa

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Giancarlo Abete, candidato della FIGC, dice che le regole di veto del Calciopoli ostacolano ancora la riforma, sfidando il processo, e segnala Guardiola per il

La candidatura di Giancarlo Abete alla presidenza della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) non è solo un'ambizione personale: è una sfida diretta a una struttura di potere che, secondo lui, non si è evoluta dallo scandalo Calciopoli. Intervenendo alla proiezione di un progetto della Lega Nazionale Dilettanti (LND) sull'inclusione presso la Camera dei Deputati italiana, l'attuale presidente della LND non ha usato mezzi termini nel descrivere i difetti strutturali che ancora paralizzano la federazione due decenni dopo che la crisi delle partite truccate ha rimodellato il calcio italiano.

Abete, un amministratore esperto che ha già guidato la FIGC dal 2007 al 2014, è entrato in corsa per imporre una discussione sulla governance. "Oltre alla qualità del presidente, il vero problema è la capacità di relazioni tra le componenti", ha affermato, sottolineando come il processo decisionale del presidente sia ostacolato dai diritti di veto e dal consenso obbligatorio. Secondo lui, il vero scontro deve avvenire tra le varie anime del mondo del calcio – i campionati, i giocatori, gli allenatori – piuttosto che ricadere su una singola figura rappresentativa.

Il riferimento al Calciopoli è sia storico che dolorosamente contemporaneo. "Abbiamo dovuto aspettare il Calciopoli per ottenere una modifica di una regola che, attraverso il diritto di veto, impediva l'elezione di un presidente in un normale dibattito democratico", ha ricordato Abete. Lo scandalo, scoppiato nel 2006 e che ha portato alla revoca dei titoli e alla retrocessione della Juventus, ha costretto a riscrivere gli statuti della federazione per rompere gli stalli. Tuttavia, Abete sostiene che le riforme non siano andate abbastanza lontano; gli stessi meccanismi di veto ora bloccano cambiamenti significativi e lasciano il presidente come mediatore piuttosto che come leader.

La sua candidatura è quindi una provocazione volta a esporre i difetti del processo di selezione stesso. Abete ha chiarito che la sua entrata in corsa era per "contestare il modo in cui è stata identificata la persona", un metodo che, secondo lui, ha impedito di concentrarsi sulla qualità delle relazioni e sulla capacità di trovare sintesi tra le componenti. Per Abete, la discussione deve andare oltre l'identità del prossimo presidente e affrontare come la federazione prende le decisioni. Insiste che o le varie fazioni fanno un passo indietro e danno potere alla presidenza di agire, o forze esterne imporranno cambiamenti.

Quell'avvertimento era esplicito: "O avremo la capacità di fare un passo indietro come componenti e un passo avanti nella capacità di sintesi, o altre parti verranno e imporranno modifiche alla situazione attuale." Ha chiarito che non si riferiva solo a un possibile commissariamento imposto dal governo, ma anche al Comitato Olimpico Italiano (CONI) che usa la sua autorità per modificare norme che vincolerebbero poi tutte le 48 federazioni sportive, inclusa la FIGC. Lo spettro dell'intervento esterno aleggia su una federazione spesso criticata per il politicismo interno.

Sul fronte sportivo, Abete ha affrontato il tema caldo del prossimo ct dell'Italia. Il nome di Pep Guardiola è circolato nelle speculazioni mediatiche come candidato dei sogni, e Abete non ha negato la statura del catalano: "Guardiola è Guardiola, non ho bisogno di dirlo." Tuttavia, è rapidamente passato a sostenere i talenti nostrani, affermando che "ci sono allenatori italiani di qualità" e rifiutando di approfondire il dibattito. Il commento segnala una preferenza per una soluzione interna – forse una spinta diplomatica ai decisori della federazione che presto nomineranno il successore permanente di Roberto Mancini.

Le osservazioni di Abete arrivano in un momento delicato. La FIGC naviga in un panorama post-Europeo, con la nazionale in cerca di stabilità sotto una nuova guida tecnica, mentre il campionato interno affronta pressioni finanziarie e controversie di governance. La posizione dell'attuale presidente Gabriele Gravina, che dovrebbe cercare la rielezione, ha incontrato opposizione da più parti, rendendo l'elezione un potenziale punto di svolta. La candidatura di Abete, sebbene proveniente dal calcio dilettantistico, non è quella di un outsider; le sue profonde radici istituzionali gli danno credibilità per criticare un sistema che conosce intimamente.

La domanda di fondo che Abete solleva è se il calcio italiano possa riformarsi dall'interno. Le conseguenze del Calciopoli hanno creato un modello di governance progettato per prevenire la concentrazione del potere, ma i critici dicono che invece ha prodotto paralisi. Il diritto di veto che un tempo proteggeva i club dagli eccessi ora permette a qualsiasi componente di bloccare iniziative, dalla redistribuzione finanziaria alle riforme del calendario. Il messaggio di Abete è chiaro: senza un cambiamento culturale verso il compromesso, la federazione rimarrà in stallo – o sarà costretta a cambiare per legge.

Per la più ampia comunità calcistica, l'intervento di Abete inietta urgenza nella campagna presidenziale della FIGC. Sottolinea che l'elezione non riguarda solo le personalità, ma le regole di ingaggio che hanno governato il calcio italiano dal suo episodio più traumatico. La menzione di Guardiola aggiunge un livello di richiamo popolare, ma il nucleo del discorso di Abete era un sobrio avvertimento istituzionale. Mentre l'Italia si prepara a scegliere il suo leader calcistico, gli echi del Calciopoli servono a ricordare che le riforme nate dalla crisi possono diventare esse stesse gabbie.

Basato su un'inchiesta di Tuttosport.