Xxgwise
PremiumAccedi
Notizie

Perché la stoccata di Galliani sul Calciopoli brucia: 'Il

UEFA U19 Championship - WomenJuventus vs FiorentinaInternazionaleJuventusFiorentinaChelseaItaliaAnderlechtStandard LiegiColombiaCongo DRHaitiReal MadridAC MilanAzzurriLazio

L'ironica osservazione di Adriano Galliani sul Calciopoli: 'In cielo gli ultimi diventano primi, sulla terra il terzo posto è diventato primo.' Capello ha

In un incontro a Solomeo, due titani del calcio italiano hanno condiviso il palco e non si sono trattenuti. Adriano Galliani, ex amministratore delegato del Milan, e Fabio Capello, l'allenatore leggendario che ha vinto titoli con Milan, Juventus e Real Madrid, hanno offerto un mix di riflessione, rimpianto e commenti pungenti sullo stato del gioco. La loro apparizione è avvenuta in un momento in cui la Serie A continua a lottare con la sua posizione globale ridotta, e le loro parole hanno colpito ferite a lungo non rimarginate.

Galliani, mai a nascondere il suo spirito caustico, ha riacceso le braci dello scandalo Calciopoli che scosse il calcio italiano a metà degli anni 2000. Con un ritmo biblico, ha detto al pubblico: “In cielo gli ultimi diventano primi, sulla terra il terzo posto è diventato primo.” La battuta ha suscitato mormorii di comprensione. Si riferiva alla stagione 2005-06 di Serie A, quando la Juventus fu privata del titolo dopo le rivelazioni di partite truccate e l'Inter — che aveva finito terza — ricevette successivamente lo scudetto. Per Galliani e per tutta la tifoseria del Milan, che videro il proprio club penalizzato quell'anno, la decisione rimane una ferita aperta, un'ingiustizia percepita che ancora colora l'eredità di quell'epoca.

L'affare Calciopoli, scoppiato nel 2006, coinvolse Juventus, Milan, Fiorentina, Lazio e altri in una rete di influenza sulle nomine arbitrali. La Juventus fu retrocessa in Serie B e privata di due titoli; lo scudetto 2004-05 non fu assegnato, ma quello del 2005-06 fu infine consegnato all'Inter dopo mesi di contenzioso legale. Ancora oggi, molti nel calcio italiano vedono quella riassegnazione come una mossa di potere cinica piuttosto che un verdetto sportivo. La battuta di Galliani, quindi, non era solo una pugnalata nostalgica — era una dichiarazione politica carica avvolta nell'ironia, tracciando una linea netta tra la giustizia celeste e quella che lui vede come assurdità terrena.

Capello, che allenò la Juventus per quei due titoli revocati, inizialmente cercò di zittire lo scambio: “Non feriamoci,” disse, nel senso di “Non fermiamoci.” Ma il danno era fatto; il passato era stato evocato. Tuttavia, la coppia passò rapidamente a preoccupazioni più lungimiranti. Capello si lanciò in una sottile analisi dello sviluppo giovanile. Sostenne che la tendenza moderna delle squadre B è inferiore all'invio di giovani talenti all'estero in prestito. “L'esperienza fatta all'esterno ti dà qualcosa in più,” insistette. “Ti aiuta a maturare: cambi città, paese, abitudini.” A suo avviso, allenarsi quotidianamente con una prima squadra piena di stelle è il vero acceleratore, non giocare a un livello inferiore dove può insinuarsi l'autocompiacimento.

Galliani, sempre l'esecutivo, ha ancorato la sua analisi all'economia. Il problema dei club italiani, sostenne, è semplice: guadagnano troppo poco. “L'UEFA, con il Fair Play Finanziario: se il nostro Milan del passato fosse stato soggetto a esso, non avremmo mai vinto,” si lamentò. Ha sottolineato il divario enorme nei ricavi tra Serie A e Premier League, alludendo a contratti di sponsorizzazione artificialmente gonfiati altrove. L'assenza di stadi moderni di proprietà dei club rimane una piaga aperta. “Eravamo un campionato di arrivo; ora siamo diventati un campionato di transito,” ha detto, sottolineando come anche le migliori squadre italiane ora faticano a trattenere i loro migliori giocatori. Tuttavia, ha ammesso, un allenatore intelligente può colmare parzialmente il divario.

Fu sul tema della filosofia di allenamento che Capello scoccò le sue frecce più affilate. Ha incolpato l'influenza pervasiva del “Guardiolismo” — il dogma del possesso palla ispirato da Pep Guardiola — per aver privato il calcio italiano della sua identità. “Abbiamo voluto copiarlo con giocatori che non erano all'altezza,” accusò. “Abbiamo smesso di insegnare come difendere e parare i tiri. Il Guardiolismo ci ha dato un possesso sterile che fa male alle ginocchia e annoia. Quando l'allenatore dice ‘non perdere la palla,’ togli la personalità al giocatore; non si assume più rischi.” Capello, un allenatore che prediligeva la verticalità e il pragmatismo, vedeva l'imitazione tattica come un tradimento delle storiche forze del calcio italiano.

Queste due critiche — il realismo finanziario di Galliani e la ribellione filosofica di Capello — dipingono un quadro più ampio di un campionato in cerca di sé stesso. La Serie A che un tempo dominava l'Europa è ora un mercato di vendita, i suoi club intrappolati tra la necessità di modernizzarsi e il ricordo di un passato glorioso. La cicatrice del Calciopoli, come rivela la battuta di Galliani, non si è mai rimarginata del tutto; rimane una scorciatoia per il cinismo e il rimescolamento politico che molti credono abbiano corrotto l'anima del calcio italiano. Nel frattempo, la deriva tattica che Capello denuncia rischia di lasciare gli Azzurri e i loro club senza un progetto coerente.

Le implicazioni vanno oltre la nostalgia. Il fallimento dell'Italia nel vincere un trofeo europeo per club dal 2010 (con l'eccezione di competizioni minori) non è un caso; è il risultato di un decadimento strutturale e di una confusione filosofica. La mancanza di stadi moderni lascia i club con ricavi da matchday una frazione di quelli dei loro pari inglesi o tedeschi. L'ossessione per il calcio di possesso, sostiene Capello, ha prodotto una generazione di giocatori che hanno paura di sbagliare, poco disposti a giocare la palla in avanti con intenzione. Senza una correzione di rotta, il calcio italiano rimarrà intrappolato nelle sue stesse contraddizioni.

Eppure, la stessa presenza di figure come Galliani e Capello su una tale piattaforma suggerisce una volontà di affrontare queste verità. La loro franchezza è una rottura con il linguaggio aziendale cauto che spesso domina gli eventi calcistici. Nominando i problemi — dagli squilibri finanziari alla cattiva pratica tattica — stanno, a modo loro, lanciando un appello alle armi. La domanda è se l'attuale dirigenza della Serie A possa tradurre quella frustrazione in riforme concrete.

Basato su un rapporto di Tuttosport.